Cina e Giappone: due modi diversi di fare calcio
Fra Cina e Giappone c'è una storia calcistica diametralmente opposta: grazie a Capitan Tsubasa, meglio conosciuto come Holly e Benji, la nazionale del sol levante ha avuto la simpatia dei tanti adolescenti che guardavano quel cartone animato. Di contro, la nazionale cinese, non è mai riuscita effettivamente a concretizzare i tanti investimenti in un seguito importante per il movimento calcistico.
Cina e Giappone: investimenti esteri vs sviluppo interno
Il Giappone, invece, è stato abile a maturare internamente un movimento nazionale senza dover fare riferimento a vecchie glorie. Probabilmente, le uniche eccezioni sono Totò Schillaci che, nel 1994, accettò la generosa offerta del Jubilo Iwata: il compianto attaccante siciliano, diventò il primo italiano a giocare nel campionato giapponese, e vi rimase per tre anni. L'altra eccezione è stata quella di Roberto Baggio, che era in odore di un trasferimento in Giappone ma non si concretizzò nulla. Il Divin Codino giocò un'amichevole, la cosiddetta Jomo Cup, nello stadio nazionale di Tokyo. Stesso discorso per i commissari tecnici: la maggior parte di essi, sono giapponesi. Eccezioni degne di nota sono stati Alberto Zaccheroni tra il 2010 ed il 2014, e le glorie brasiliane Falcao in pochi mesi del 1994, e Zico tra il 2002 ed il 2006.
Domani alle 13 ora italiana Cina-Giappone: l'ultimo precedente è una "Dolorosa sconfitta"
Il calcio cinese sta attraversando una grave crisi, segnata da scandali di corruzione e difficoltà finanziarie dei club, nonostante gli ingenti investimenti e le ambizioni di crescita, tra cui il progetto per 50.000 scuole calcio nel Paese. La Cina, che si era qualificata al terzo turno delle qualificazioni in maniera rocambolesca, è stata duramente criticata sui social, con oltre 500 milioni di visualizzazioni su Weibo per l'hashtag relativo alla sconfitta.
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