di Simone Balocco -
la forza del derby jugoslavo zagabria cambiato la storia
Può un derby di calcio cambiare la storia di un Paese? Certo, se quel derby è una delle partite più attese (e temute) di un Paese in bilico da anni. Era il 13 maggio 1990 e allo stadio Maksimir di Zagabria andava in scena un incontro che contribuì a cambiare (in parte) le sorti della Jugoslavia: Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado. La partita non può essere considerato un derby vero e proprio poiché le due squadre erano espressione di due città distanti tra loro quattrocento chilometri, anche se erano le due più importanti del Paese balcanico.
C'erano da tempo pesanti segnali di intolleranza in quella parte di Europa: da quasi dieci anni, sul Paese soffiava un pesante vento scissionista in un territorio da sempre caldo e molto instabile politicamente. Belgrado, già particolare di suo durante gli anni della Guerra fredda (Nazione comunista, fuoriuscita dal patto di Varsavia e non allineata) anche per via del celebre detto che definiva la Jugoslavia un paese con “6 repubbliche, 5 nazioni, 4 lingue, 3 religioni, 2 alfabeti ed un Tito”, dal nome del suo padre della Patria. Il Paese sarà poi sconvolto da una violenta guerra civile (la prima in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale) durata cinque anni e che causò la scissione del Paese in Repubbliche indipendenti, centoquarantamila vittime e migliaia di feriti, oltre a passare tristemente alla storia per il massacro di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo e i colpi dei cecchini.
Ma torniamo a Zagabria e a quel particolare pomeriggio. Il 13 maggio 1990 il Maksimir era sold out per una partita ininfluente per le sorti del campionato jugoslavo: la Stella Rossa era già campione. Il tifo in quella parte di Europa è sempre stato molto caldo, tanto che ogni partita casalinga vedeva le tifoserie essere il dodicesimo uomo in campo e Dinamo-Stella Rossa non era ovviamente da meno. Il motivo era semplice: le due tifoserie erano l'emblema della loro terra. Da una parte, i Bad Blue Boys, i caldi tifosi della Dinamo Zagabria, dall’altro i Delije, gli ultras della Stella Rossa.
Zagabria e Belgrado erano due città che sono sempre state rivali tanto da odiarsi. E questo odio era speculare sugli spalti. Come se non bastasse, la settimana prima si erano tenute in Croazia le prime elezioni libere vinte dall'Unione Democratica Croata di Tudjman, contrario al ruolo accentratore di Belgrado e del suo leader Slobodan Milošević. Calcisticamente però il panorama jugoslavo era molto interessante: la Under20 nel 1987 aveva vinto il Mondiale di categoria, nel 1990 la Nazionale maggiore aveva partecipato al Mondiale italiano uscendo ai quarti solo ai rigori per mano dell'Argentina e nel 1991 la Stella Rossa Belgrado aveva vinto la Coppa dei Campioni a maggio e a dicembre la Coppa Intercontinentale.
Ma era il tifo a destare preoccupazioni: molto caldo e passionale, questo era ricco di punte di politica e di nazionalismo, tanto che le partite erano sempre cerchiate con il bollino rosso per la tutela dell'ordine pubblico. Quel 13 maggio 1990 la polizia era già schierata, perché dalla capitale erano in arrivo oltre 3mila supporter biancorossi, già partiti con cattive intenzioni. Al Maksimir c'erano presenti oltre 20mila tifosi, la quasi totalità lì per solo far risalire l'odio nazionale e tutti poco propensi a tifare le proprie squadre.
Sin da subito ci furono problemi: i tifosi della Stella Rossa, forse provocati dagli avversari, iniziarono a divellere seggiolini e a dare fuoco agli striscioni pubblicitari. Un gruppo di supporter poi invase il settore adiacente dove c'erano tifosi di Zagabria, malmenandoli. La polizia non mosse un dito, se non quando il gruppo ultras dei BBB decise di passare alle maniere forti: invasione di campo per andare a colpire i tifosi avversari.
La polizia, in antisommossa, allora decise di passare all'azione iniziando a manganellare i tifosi della Dinamo. In campo ci fu il caos, con le squadre che cercavano di giocare la partita. La partita fu sospesa per le intemperanze e i giocatori della Stella Rossa ripararono negli spogliatoi, mentre quelli della Dinamo rimasero in campo. Gli scontri portarono a oltre 130 feriti (metà tifosi, metà poliziotti) e a 150 fermi. Tutto mostrato in diretta televisiva.
Ma qual è stata la presunta scintilla che ha portato alla successiva guerra? Come detto, i poliziotti iniziarono a malmenare i tifosi di casa, colpendo con manganellate tutti quanti capitassero a tiro. Un poliziotto colpì ripetutamente con il manganello un tifoso della Dinamo a terra, inerme. Ad un cento punto un giocatore in maglia biancoblu prese la rincorsa e si gettò contro di lui, colpendolo con una ginocchiata, rimediandogli una frattura alla mandibola. Il giocatore precedentemente aveva urlato al poliziotto di smetterla di picchiare, ma lui continuò insultando il giocatore.
Il giocatore che aveva colpito il poliziotto non era un giocatore qualsiasi della Dinamo Zagabria, ma il suo capitano: Zvominir Boban. Il quale Boban fu squalificato per nove mesi e questo “addio” al campo gli precluse la partecipazione al successivo campionato di calcio di Italia '90. La ginocchiata fu usata, ovviamente, per fini propagandistici: per i tifosi croati, un gesto di ribellione intriso di nazionalismo e contro la forza accentratrice di Belgrado; per i tifosi serbi un gesto esecrabile, tinto di nazionalismo per di più da parte del capitano della squadra.
Il gesto di Boban si disse fosse stato la scintilla per lo scoppio della guerra di Jugoslavia. Bastò una scintilla per far crollare il Paese? Molto probabilmente anche. Sicuramente una guerra non può scoppiare per la ginocchiata di un calciatore, ma ciò che avvenne quel 13 maggio 1990 è sicuramente uno di quegli episodi che hanno indirizzato il Paese al suo dissolvimento successivo. Il 25 giugno 1991, poi, Slovenia e Croazia annunciarono la loro fuoriuscita dalla Repubblica federale socialista di Jugoslavia dichiarando la loro indipendenza: scoppiò il terribile conflitto che vide tra i più biechi protagonisti il leader dei tifosi della Stella Rossa, Zeljko Raznatovic. Noto come Arkan, questo usò il tifo ed i supporter per creare la sua milizia che durante il conflitto si macchiò di atti molto spregevoli.
Tornando al calcio giocato, Boban tornò in campo già sei mesi dopo e fu acquistato dal Milan che lo girò in prestito al Bari. Tornato in rossonero, “Zorro” divenne uno dei giocatori più importanti del “Milan degli Invincibili” di Fabio Capello che vinse in Italia (quattro scudetti e tre Supercoppe italiane consecutive) ed in Europa (una Champions ed una Supercoppa europea). Boban si tolse poi la soddisfazione di prendere parte al Mondiale di Francia 1998 alla guida della Croazia, al debutto in una fase mondiale, spingendola fino ad un incredibile terzo posto.
Come Boban, anche i migliori giocatori jugoslavi del tempo lasciarono la Prva Liga per andare a giocare in Italia (da Jugovic a Savicevic a Pancev a Katanec a Mihajlovic), Francia (Stoijkovic) e Spagna (da Prosinecki a Suker a Mijathovic), andando a rafforzare le loro squadre, vincendo titoli nazionali e coppe. A causa della guerra, la Nazionale jugoslava fu estromessa dall'Europeo svedese del 1992 dove, visti i grandi risultati della Stella Rossa l'anno prima, era una delle candidate al titolo.
Per quanto riguardo quel Dinamo-Stella Rossa mai disputato, la partita non venne recuperata e i venti di guerra erano forti più che mai. Anche per colpa di una ginocchiata di un calciatore ad un poliziotto. Durante uno dei derby più caldi d'Europa.
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