DerbyDerbyDerby Editoriali derby inglese guardiola perde rivive sacchi
Editoriali

derby inglese guardiola perde rivive sacchi

Redazione Derby Derby Derby

di Max Bambara -

Nel derby inglese della Champions League, alla fine è il Tottenham che riesce a prevalere sul Manchester City sovvertendo così il pronostico iniziale che vedeva invece nettamente favorita la squadra allenata da Pep Guardiola. E così sul banco degli imputati è finito l'allenatore spagnolo, che è al City ormai da tre stagioni e che in tre stagioni, sorprendentemente, non è mai riuscito ad andare oltre i quarti di finale della Champions League.

Tutto ciò nonostante i circa 600 milioni di euro spesi dagli inglesi per rinforzare l'organico del City sul mercato in questo triennio, un gravame economico che pesa come un macigno sulla testa di Pep Guardiola. Dopo questo derby di Champions League, che ha addolcito i palati di chi ama il calcio spettacolo, c'è quindi un argomento che va sviscerato in maniera esaustiva: che allenatore è Guardiola e, soprattutto, quanto è ancora oggi proponibile il suo calcio?

Ad avviso di chi scrive, si rischia di vedere il dito invece della luna nel giudicare Guardiola solo sui risultati. Va, innanzitutto, analizzato il personaggio, l’uomo, il libero pensatore che ha scelto di fare l’allenatore. La grandezza ideale di Guardiola è, nel contempo, il suo più grande limite. Pep infatti è un grandissimo educatore di calcio, un esteta illuminato che vive lo sport come un vero e proprio spettacolo. Non conosce l'arte del tatticismo, perchè è abituato a vivere una dimensione di calcio che si annida attorno alle vette ideali di un immaginario empireo platonico, in cui i concetti di bellezza e purezza si miscelano.

Guardiola è un filosofo prestato al calcio e, come tutti i filosofi, non può conoscere (perchè non la contempla) l'arte della mediazione, dell'essere qualcosa di diverso da ciò che si è, del cambiarsi in funzione degli altri. Le sue squadre, da sempre, suonano una melodia meravigliosa in cui la coralità dei tenori (quasi sempre di primo livello) è tenuta assieme da uno spartito celeste, sapientemente studiato da un genio del calcio come lui.

Con Guardiola trionfa l'estetismo al di là del risultato, perchè la bellezza e la purezza sono valori primordiali, antecedenti a tutto il resto. Occuparsi del come gioca l'avversario, in questo contesto filosofico, non è previsto. Questa è la sua magia ed il suo fascino incredibile, ma è anche la sua reale debolezza. Guardiola è un allenatore atipico perchè, fra quelli che professa un calcio spettacolare e propositivo, è l'unico che lo fa in maniera totale.

Non si preoccupa mai di come si mettono in campo gli altri, dei loro punti di forza, di alcune marcature preventive. Lo studio dell'avversario è sempre finalizzato al "come fargli male" e mai al "come non subire". Non esiste, nel modo di intendere il gioco del calcio di Pep Guardiola, un pensiero di paura verso l'avversario. C'è il rispetto assoluto, c'è la follia dell'incoscienza, ma manca la paura perché è assente la percezione del pericolo.

Guardiola non specula mai, non sa cosa sia la perdita di tempo, ritiene che le sue squadre abbiano sempre l’obbligo morale verso il pubblico di giocare ad un ritmo di gioco molto alto. Non conosce l'attendismo come religione e l'amministrazione del risultato non fa parte dei suoi obiettivi. Per lui non si deve giocare per limitare gli avversari, semmai è giusto giocare per provare a fare un gol in più di loro. Per Guardiola chi è superiore deve vincere e fa fatica a sentire come sua una vittoria figlia del tatticismo.

Quest'impostazione mentale è tipica dei fuoriclasse e dei geni: l'allenatore del Manchester City ha entrambe queste doti. L'uomo è senza dubbio geniale nel pensiero ed ha già dimostrato di essere fuoriclasse da professionista. Il suo Barcellona, insieme al Milan di Arrigo Sacchi, sono le squadre che hanno cambiato totalmente il calcio moderno, perchè la forza delle loro idee ed il loro indiscutibile fascino è stata travolgente come un fiume in piena.

Il parallelo fra Sacchi e Guardiola non è forse proponibile sul piano della carriera (Arrigo, a differenza di Pep, ha vinto solo col Milan e non è stato un grande giocatore), ma è pertinente sul piano valoriale, concettuale, apertamente filosofico. Il pensiero di Sacchi, idealmente, continua con Guardiola. Più evoluto, più adattato alle esigenze del calcio moderno, ma comunque ancorato all'idea dell’estetica del gioco come valore assoluto, primordiale persino ai risultati del campo.

Giudicare quindi Guardiola sui meri risultati negativi in Champions League negli ultimi anni è possibile, ma sarà sempre limitante e limitativo. Ed inoltre, non cambierà l'approccio al mondo di questo incredibile personaggio. Chi prende Guardiola in panchina deve sapere che non prende soltanto un grande allenatore: sceglie di sposare una filosofia di gioco, un modo diverso di vedere il mondo, una linea di pensiero che va oltre il semplice risultato.

Pep non si accontenta di entrare nell'almanacco. Gli interessa poco. Lui vuole farlo solo stupendo, vuole entrare nei libri di storia per il suo modo di giocare e per la sua capacità di plasmare valori prima che risultati. Non potrà mai contemplare, da filosofo prestato al calcio, altre strade possibili. Questa è la sua grande forza, ma è anche la sua principale debolezza. Probabilmente un giorno Guardiola tornerà a vincere la Champions League. A modo suo però, senza seguire facili scorciatoie che non gli sono proprie.