Lo Scudetto 2006 resta il simbolo di una brutta storia che non si può riscrivere
di Franco Ordine -
Il primo ad arrendersi fu Antonio Giraudo patteggiando co la giustizia ordinaria e uscendo presto da calciopoli prima di trasferirsi a Londra. Di recente è toccato anche a Luciano Moggi che pure ha speso una fortuna in avvocati e ricorsi per tentare di capovolgere la striscia di sentenze, ordinarie e sportive, che l’hanno inchiodato all’inattività calcistica.
Guido Rossi, all’epoca commissario della Federcalcio, e Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di mani pulite chiamato a dirigere l’ufficio inchieste federale e ideatore dell’illecito strutturale, non ci sono più. Gerhard Aigner, ex segretario dell’Uefa, delegato da Rossi a guidare la commissione dei saggi per decidere l’assegnazione all’Inter dello scudetto del 2006, si è ritirato a vita privata non prima d’aver confessato, in ritardo, di non aver condiviso quella scelta (“non andava assegnato come quello del 2005” dichiarò).
Solo la Juve di Andrea Agnelli continua a inutilmente inseguire un giudice che restituisce non lo scudetto ma lo tolga dalla bacheca interista, tentativo già provato all’epoca dal presidente Abete cui Moratti rispose con una lettera in cui si riprometteva di citare per danni i componenti del consiglio federale qualora avessero tolto lo scudetto 2006.
L’ennesimo recente ricorso alla giustizia sportiva, la Caf, ha avuto esito negativo con una motivazione che dovrebbe mettere fine alla guerra delle carte bollate. E cioè: ci sono troppe sentenze, sportive e non, che hanno dato torto alla Juve. Come dire: non si può riscrivere quella storiaccia. Forse sarebbe proprio il caso di mettere da parte la storia e puntare sulla cronaca bianconera che pure sta scrivendo pagine di gloria autentica.
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