di Max Bambara - Ha destato discussioni e polemiche l’uscita di Silvio Berlusconi allo stadio Brianteo di Monza. L’ex presidente del Milan ha criticato infatti il gioco di Rino Gattuso. L’argomento è sempre lo stesso da tantissimi anni: a Berlusconi l’attacco a 3 davanti non piace perché ritiene che l’area sia troppo vuota e l’assistenza al centravanti non sia l’ideale. Dipendesse da lui sarebbe sempre, o quasi sempre, 4-3-1-2. Un trequartista e due punte, una specie di imposizione divina. C’è, nelle parole di Berlusconi, una sorta di nenia che vuole cullare l’utopia che, per sua costituzione ontologica, non ama fare i conti con la realtà. Fa parte dell’uomo, del personaggio e senza questi slanci non esisterebbe oggi il Milan che conosciamo. Non siamo d’accordo con la sua idea di togliere Suso dalla posizione di esterno destro offensivo e di tornare a giocare con il trequartista. Vorrei spiegare il perché analizzando la questione dal punto di vista tattico e dell’evoluzione del gioco. Una premessa: se si chiudono gli occhi e si deve immaginare il Milan ideale, anche chi scrive giocherebbe con il trequartista e due punte. Si tratta del sistema di gioco che, da sempre, ha dato più emozioni ed ha incarnato pienamente il modo di vedere il calcio di molti puristi e le emozioni connesse ad esso. Oggi però bisogna fare i conti con una realtà. Ad alti livelli, sono semi-scomparsi due ruoli: la seconda punta ed il trequartista classico. Che cos’è accaduto? A mio parere il calcio ha perso qualcosa in termini di imprevedibilità, per lasciare il posto ad un equilibrio tattico molto rigido. Non credo che ciò sia preferibile in termini di spettacolo, ma le contingenze dicono questo. Negli ultimi 10 anni il calcio che conoscevamo ha perso alcuni riferimenti. Il portiere è diventato un vero e proprio giocatore. Sono aumentati esponenzialmente i tocchi dell’estremo difensore in ogni partita ed è aumentata la partecipazione al gioco di tutti i giocatori delle squadre (soprattutto i terzini). Il rinvio da fondo campo è diventata una extrema ratio a cui ricorrere nelle parti finali delle partite (quando le squadre sono stanche) e non più la prima opzione di ingresso nell’azione offensiva. Il pressing ultra-offensivo delle squadre minori, soprattutto in trasferta, è diventata un’arma ricorrente e non più sporadica. Ciò ha richiesto una attenzione tattica particolarmente ferrea e rigorosa, sia in fase di possesso, sia in fase di non possesso. C’è una ricerca talmente esasperata del palleggio che si fa fatica a potersi permettere due giocatori oltre la linea quando non si ha la palla. Figuriamoci tre. Inoltre, è salita di almeno un livello la velocità del gioco delle squadre. Questo ha reso necessaria una applicazione maggiore delle punte nei ripiegamenti difensivi ed una loro capacità più sviluppata di lettura del gioco e di partecipazione alla manovra. Stanno lentamente scomparendo i rapaci d’area che vivevano per il gol ed un giocatore come Bacca, indiscutibile sul piano delle segnature, è stato estremamente criticato al Milan per le sue carenze nel gioco spalle alla porta e nelle rifiniture ai compagni. L’ultimo grande Milan che ha vinto in Europa con il trequartista e le due punte risale al 2007. In quella finale però, il 4-3-1-2 fu solamente di facciata: nella pratica, Seedorf si allineava in non possesso ai centrocampisti creando una linea di 4 con Gattuso, Pirlo e Ambrosini perché, senza quel tipo di accorgimento, probabilmente la nostra mediana non avrebbe retto la forza d’urto del Liverpool. All’occhio attento dell’osservatore sportivo, non sarà inoltre sfuggito come, anche 15 anni fa, quando il Milan arrivò a vincere a Manchester la sua sesta Coppa Campioni, si stavano già preparando i germogli della rivoluzione del gioco. Non a caso, il saggio Ancelotti, in molte partite decisive di Champions League (basti ricordare l’andata ad Amsterdam con l’Ajax), spostò Rui Costa sulla fascia destra e Seedorf su quella sinistra, per creare un 442 compatto che non esponesse la difesa a venti di procella inattesi per merito di una squadra olandese inferiore al Milan sul piano tecnico ma superiore sul piano del ritmo. Proprio sull’aspetto “ritmo del gioco”, Berlusconi commise un grande errore di lettura nel 2013. In pochi forse lo ricordano. A maggio 2013 il Milan di Allegri arriva terzo in campionato. Il distacco dalla Juventus è serio (12 punti), ma non abissale. L’allenatore viene confermato senza troppa convinzione, con l’accordo di modificare il modulo di gioco, dal 4-3-3 al 4-3-1-2. L’esperimento andò male perché quel Milan perse la sua dimensione rigorosa ed ebbe troppi sbandamenti causati da una non perfetta copertura del campo. Ci furono anche alcuni errori di valutazione nella costruzione della squadra (Poli per Flamini indebolì la mediana) ma quel cambio tattico, nei fatti, fu una lettura sbagliata che pagammo salata. Oggi in Europa si gioca prevalentemente con due moduli, il 4-3-3 ed il 4-2-3-1. Sono i due sistemi di gioco che consentono alle squadre di occupare il campo con maggior equilibrio e che danno le soluzioni più funzionali in fase di possesso. Si sta affacciando una terza opzione particolarmente affascinante (il 4-4-2 con le punte che scendono a partecipare al gioco togliendo riferimenti agli avversari, soluzione che si è inventato Ancelotti a Napoli con Insigne e Mertens), ma è ancora presto per darne una dimensione reale. Il trequartista classico tuttavia, è caduto in desuetudine perché viene considerato un ruolo antico, quasi mitologico, che rischia di far allungare troppo la squadra sul campo e che diventa non collocabile quando si perde palla. L’obiettivo degli allenatori oggi è invece quello di far correre i propri giocatori in 25-30 metri e di valorizzare al massimo i centrocampisti di inserimento. C’è però un lato tremendamente romantico nel pensiero di Berlusconi, ossia quello dell’utopia che si rifiuta di confrontarsi con la pratica e che quasi quasi vorrebbe prenderla a cazzotti. Negli anni 80 questo tipo di atteggiamento fu in grado, grazie a due alfieri della rivoluzione come il quarantenne Sacchi ed il cinquantenne Berlusconi, di cambiare completamente il calcio e tantissime regole precostituite. Oggi quel vento di novità non può avere, per normali logiche anagrafiche, la stessa potenza e lo stesso impatto. Fa quasi tristezza dirlo ma senza quei cervelli e la freschezza delle loro energie, pensare di cambiare la realtà diventa impossibile I sognatori e gli utopisti però sono quelli che cambiano il mondo e che non si rassegnano allo status quo. Berlusconi è riuscito, nel corso della sua vita, a cambiare tante cose del mondo, dall’edilizia alla televisione, dalla vita politica al calcio. Lo ha fatto con la forza dell’anticonvenzionalismo e del rifiuto della realtà. Non può più essere così ma, in fondo, in quel rievocare per l’ennesima volta la necessità di giocare con due punte per il “suo” Milan, si cela l’orgoglio di chi il mondo lo ha cambiato per davvero e non riesce ad accettare l’idea che la vita abbia dei cicli. Chissà quante volte, in privato, Berlusconi avrà maledetto il “panta rei” con una punta di inevitabile nostalgia. C’è però un aspetto da tenere sempre a mente: la dimensione internazionale ed aristocratica del Milan di oggi è merito esclusivo di Berlusconi, del suo talento, delle sue idee, della sua lucida follia (in onore al sempre citato Erasmo da Rotterdam), del suo pensare oltre senza paura degli altrui giudizi e dei sorrisini dei benpensanti. Tutto questo, fra qualche anno, sarà nei libri di storia del calcio ed è il lascito più prezioso ed importante dell’era di Silvio Berlusconi. Perché le opinioni passano, i risultati pure, ma la storia no. Quella rimane, come un’impronta indelebile.
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