di Max Bambara - Zorro Boban è stato uno degli idoli assoluti della mia vita. Sapere che oggi compie 50 anni mi suona strano perché, nella mia mente, i grandi artisti non dovrebbero mai invecchiare. Boban è stato uno dei grandi numeri 10 del Milan; quel numero, in una squadra storicamente votata al ben gioco, possiede una sorta di simbolismo della fantasia e chi riesce a diventarne alfiere viene poi ricordato come un eroe. Tuttavia Boban, nella sua straordinaria atipicità, è stato non solo un semplice eroe, ma un vero e proprio paladino del talento che, in quegli anni, dovette adattarsi alle esigenze tattiche ferree di allenatori che mettevano il rigore prima dell’estetica. Con Capello, nel suo 442, il ruolo di trequartista non era contemplato. Zvone, dopo qualche esperienza da interno, venne adattato sulla fascia dove alla qualità doveva unire il sacrificio e la corsa. Con Zaccheroni poi, le incomprensioni furono molteplici: eppure mai come in quel campionato 1998-99, Boban riuscì a dare un senso alla parola trequartista. In quelle ultime sette partite di campionato la squadra girava intorno a lui. L’assist magistrale a Ganz contro il Parma, il colpo da biliardo contro l’Udinese, il “bignè con la crema” servito a Weah contro la Juventus: sono stati tre momenti speciali in cui l’estetica ha preso il sopravvento su tutto il resto, anche sull’importanza stessa del risultato. Boban, quel 16esimo scudetto della storia rossonera, ce lo ha tuttora cucito addosso. Ma di lui, quel che è rimasto più impresso nella memoria, è la sua indolenza balcanica mista a quella andatura scanzonata da poeta maledetto. Era un Baudelaire moderno, con un maggior gusto per il bello in quanto tale. A distanza di tanti anni i suoi ricordi di calciatore danno ancora emozione e rievocano quel sentimento chiamato nostalgia che soltanto chi ha amato un calcio fatto di sacralità, simboli e valori può realmente capire. Averlo visto giocare con la maglia del mio Milan lo considero uno dei grandi privilegi della mia vita rossonera. Auguri Zorro e, per citare il grande Carlo Pellegatti, ti auguro di continuare per sempre ad essere “Milano vende moda”.
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