di Dario Claudio Bonomini - Tralasciamo volontariamente qualsiasi commento relativo ai vergognosi fatti che hanno costituito il prologo violento di Inter –Napoli con la conseguente e inammissibile morte di una persona. Sono in corso le indagini per accertarne le esatte dinamiche. La partita è stata equilibrata e il Napoli ha avuto la sorte avversa di trovare sul suo cammino la migliore Inter della stagione perdendo semplicemente perché, a pochi minuti dal novantesimo, il polacco Zielinski ha centrato il ginocchio di Asamoah appostato sulla linea di porta mentre nei minuti di recupero Lautaro Martinez, sbucato dal nulla, ha invece fatto gol. Come ci spiegano coloro che se ne intendono, il calcio è anche questo. Fatta questa doverosa premessa soffermiamoci invece su quanto avvenuto in campo prima di questi due decisivi episodi. Il monumentale difensore azzurro Kalidou Koulibaly sarebbe stato ripetutamente oggetto di fischi e ululati di chiaro stampo razzista. Il sindaco di Napoli, De Magistris, si è subito masaniellescamente avventurato a definire tali deprecabili comportamenti come “razzismo di stato”. Il primo cittadino partenopeo è un politico e ovviamente quale occasione più ghiotta per mischiare becerume e politica? Per non essere da meno gli ha fatto subito eco il collega milanese Sala proponendo furbescamente l’immediata assegnazione della fascia di capitano nerazzurro al ghanese Asamoah. Una ragionevole definizione di razzismo potrebbe essere quella che descrive un atteggiamento di intolleranza e rifiuto, espressi con minacce o discriminazione più o meno violenta, nei confronti di gruppi di persone a causa della loro cultura, religione, etnia, sessualità o aspetto fisico. Siamo quindi sicuri che qualche centinaio di imbecilli urlanti volesse davvero mostrare bieca insofferenza, odio e disprezzo nei confronti del fortissimo giocatore franco-senegal-napoletano per la sua cultura, religione o etnia? La verità è forse più banalmente subdola. Un tentativo, andato ieri a buon fine, di innervosire un giocatore fortissimo facendogli credere che fischi e buuuuu fossero per il colore della sua pelle. Qualcuno pensa davvero che se KK (meno male che non gli hanno dato anche un secondo nome che inizia per K altrimenti l’acronimo di tre lettere uguali risulterebbe imbarazzante) giocasse nell’Inter , nella Juve, nel Milan o nella Roma, qualche tifoso di queste squadre lo fischierebbe? Una parte della tifoseria milanese nerazzurra sarebbe quindi intollerabilmente razzista? Qualche tifoso della beneamata ha forse mai ululato a Keita Balde per errori di palleggio oppure al prossimo capitano Asamoah dopo l’errore che ci è costato l’eliminazione dalla Champions? Qualche interista ha mai sbertucciato in passato per il colore della sua pelle Samuel Eto’o, fischiato Sulley Muntari o Mario Balotelli? Il camerunense era un fenomeno e come tale veniva osannato, il ghanese era modestamente scarso e qualche fischio lo ha meritato come un mediocre bianco qualsiasi, mentre per quel che riguarda l’italo-ghanese-palermitan-bresciano Mario Balotelli, che i nostri sacrosanti fischi se li era meritati per avere gettato a terra la maglia, ci è stato più volte spiegato, almeno finchè vestiva i colori nerazzurri, che le banane o gli ululati che gli piovevano dagli spalti se li meritava tutti in quanto strafottente e irridente nei confronti degli avversari. Più semplicemente si era capito che il ragazzo, che nei primi anni di carriera tutti temevano, si innervosiva facilmente e quindi, per limitarlo, si tentava di provocarlo. La cultura, il rispetto per i valori che lo sport dovrebbe trasmettere a chi lo pratica e a chi lo segue, l’educazione di cui sono impregnate le tifoserie calcistiche è purtroppo ben nota e non sta quindi a noi sostituirci, per l’ennesimo tentativo di disamina o paragone, a filosofi o sociologi. Ce ne sono già troppi, improvvisati, in tutte le trasmissioni sportive. Semplicemente invitiamo coloro che quando il tanto amato Sarri aveva apostrofato Mancini dandogli letteralmente del “ricchione”, si davano di gomito, ridevano e minimizzavano, a non ergersi adesso a paladini dell’antirazzismo, nel tentativo magari nemmeno tanto nascosto di giustificare una sconfitta.
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