di Max Bambara - In realtà non è accaduto nulla di strano ieri sera. Il Milan era nettamente più forte del Dudelange ed ha quindi vinto con un largo punteggio. La cosiddetta “figuraccia” che aveva portato momentaneamente i lussemburghesi sul parziale di 1-2, è invece altrettanto normale ed è il motivo per cui il Milan non è ancora una grande squadra. Si sta applicando per diventarlo, ma i tempi fisiologici sono necessari. Probabilmente, anche qualche innesto di personalità. La squadra rossonera infatti, ieri sera aveva iniziato benissimo il match. Il classico approccio morbido non c’era stato. Tre occasioni da gol in dieci minuti ed una applicazione feroce nei contrasti erano la testimonianza di una squadra che voleva subito chiudere la pratica Dudelange. Ed invece, dopo il vantaggio targato Cutrone, è apparso uno dei limiti di questa squadra, su cui Rino Gattuso dovrà lavorare nel prossimo futuro: noi non sappiamo gestire le partite. Non ne abbiamo ancora la forza mentale, l’esperienza, le letture di certe dinamiche di campo. O aggrediamo l’avversario, pensando di proporre il nostro gioco, oppure rimaniamo supini, quasi passivi. Manca la terza fase, quella dell’interruttore della concentrazione che non si spegne mai. Gestire è un verbo semplice, ma dal significato complesso. Gestire, nel calcio, significa rimanere corto, aiutarsi fra reparti, fare un possesso in apparenza sterile ma che “chiama” gli avversari al pressing per colpirli di rimessa in campo aperto. Significa soprattutto curare il dettaglio in maniera impeccabile anche quando le cose stanno andando bene. Gestire è un verbo principalmente mentale che stiamo imparando sui nostri errori, ma che ancora non fa parte del nostro bagaglio. Milan-Dudelange

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si spiega così, non con le croci addosso su qualche giocatore palesemente non da Milan o su qualche ragazzotto ancora a corto di fiato. Una squadra matura queste situazioni le disinnesca. Il nostro allenatore ricorderà certamente che nel febbraio 2002, un Milan in costruzione rischiò di andar fuori negli ottavi di Coppa Uefa contro il minuscolo Roda, in cui giocava Zeljko Kalac. Si era vinto 1-0 nella partita di andata e un Milan un po’ rabberciato doveva gestire quella partita. Non ne fu capace, perse nei tempi regolamentari e solo un grande Abbiati ai rigori consegnò al Milan le chiavi del passaggio del turno. La storia quindi, nelle sue pieghe meno nobili, ci fornisce qualche esempio significativo. Crescere e divenire squadra non è un qualcosa che avviene senza passaggi a vuoto o senza secchi d’acqua gelidi sul viso. Anzi, sono proprio certi momenti che, se accettati e ponderati con saggezza dal gruppo, rappresentano il trampolino di lancio verso una dimensione più grande.

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