di Dario Claudio Bonomini - L’avventura in Champions della Roma si è mestamente conclusa con la conferma di un verdetto ampiamente scontato. Va doverosamente riconosciuto alla squadra dell’ottimo Di Francesco di essere stata nettamente la migliore fra le italiane impegnate in Europa, vincendo il proprio girone eliminatorio davanti ad avversari del calibro di Atletico Madrid e Chelsea, eliminando negli ottavi i sempre ostici ucraini dello Shakhtar e compiendo un capolavoro nei quarti contro il superfavorito Barcellona. Lecito per i tifosi, con queste premesse, sognare anche la conquista della finale di Kiev ai danni del rinato Liverpool di Klopp. Ma così non è stato e alcune riflessioni di carattere generale si impongono, soprattutto dopo i peana e le inevitabili polemiche che hanno accompagnato il risultato di mercoledì. Prima considerazione: in due partite contro i Reds la Roma ha subito la bellezza di sette gol. I cantori del giallorosso hanno però ribattuto che, avendone segnati a loro volta sei, sarebbe bastato ancora un gol per giocarsela ai supplementari e che quindi, questo gran divario non sussisteva. Vero, peccato che all’andata il Liverpool gli aveva già sotterrati con 5 gol chiudendo di fatto la partita fra il primo e l’inizio del secondo tempo, senza contare le altre numerose occasioni sventate dal portiere Alisson. La Roma aveva invece segnato i suoi due gol (uno su rigore) negli ultimi dieci minuti quando i britannici, a risultato ormai acquisito, iniziavano comprensibilmente a pensare ad una bella bevuta di birra al pub. Al ritorno, dopo pochi minuti, il Liverpool era già in vantaggio, Alisson si è ripetuto in un paio di miracoli e la Roma ha temporaneamente pareggiato solo per un gollonzo Gialappesco, subendo però quasi subito il nuovo vantaggio degli inglesi. Il pareggio di Dzeko aveva incanalato la gara sul risultato di parità e i due gol finali sono arrivati troppo tardi, all’ottantaseiesimo e ancora su rigore a tempo ormai scaduto. Il sunto è quindi che gli inglesi, nell’economia delle due partite, hanno sempre affondato i colpi quando i gol andavano fatti e cioè in tempo per blindare il risultato, mostrando a tratti una superiorità imbarazzante pur non disponendo di difensori eccelsi. Seconda considerazione. “ E’ uno scandalo, ci vuole il VAR anche in Europa”, frase pronunciata a caldo dal presidente giallorosso Pallotta. E’ vero, c’era un rigore per la Roma sul 2-2, e il VAR avrebbe probabilmente indotto l’arbitro ad assegnarlo, ma lo stesso VAR non avrebbe forse convalidato quello inesistente concesso nel finale. Il VAR non decide, è una moviola che ripropone solamente alcuni episodi di gioco, ma sono sempre gli arbitri che immediatamente la visionano e il direttore di gara effettivo che rivede l’azione, coloro ai quali spetta la decisione finale e definitiva. Proprio per questa ragione è già stato dimostrato quest’anno in Italia che il VAR non riesce a sanare tutte le ingiustizie o le decisioni in un primo tempo effettivamente sbagliate. Ne abbiamo avuto un esempio lampante nell’ultima Inter-Juventus. Il VAR ravvede Orsato e fa espellere Vecino ma stranamente non vede il fallaccio di Pjanic su Rafinha, peraltro ignorato anche dal pur Vecinissimo arbitro veneto. Quindi? Siamo sicuri che il VAR avrebbe concesso, non diciamo tre, ma almeno un paio di rigori sacrosanti al Bayern martedì nella tana del Bernabeu o che avrebbe cancellato il rigore di Benatia nel finale di Real Madrid – Juventus?
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