di Dario Claudio Bonomini - Sabato sera, con la sconfitta subita nei minuti di recupero, una sfida che stava per produrre un risultato clamoroso, nelle condizioni in cui era maturato, ha praticamente concluso la rincorsa interista al quarto posto utile per la partecipazione alla prossima Champions. Domenica pomeriggio invece, si sono forse definitivamente perse le speranze del Napoli di contendere fino alla fine lo scudetto alla Juventus. Se nella sfida del Meazza l’Inter avesse vinto, molto probabilmente il giorno dopo il Napoli non sarebbe stato così arrendevole contro la Fiorentina. Ipotesi certo ma due risultati indissolubilmente legati così come due sono gli episodi che mostrano curiose analogie. Diciassettesimo minuto del primo tempo di Inter-Juve: Vecino entra in ritardo su Mandzukic procurandogli una brutta ferita e meritandosi un sacrosanto cartellino giallo. Le ripetizioni mostrano che l’uruguaiano non ha affondato il colpo con cattiveria, per rompere l’avversario, ma il solerte Valeri al VAR richiama subito l’arbitro Orsato che, dopo aver consultato le immagini, decide per l’espulsione. L’Inter, già sotto di un gol da alcuni minuti rimane in dieci e la partita si trasforma in una salita più dura del Mortirolo. Ottavo minuto del primo tempo di Fiorentina-Napoli: Koulibaly sbaglia posizione e affossa Simeone lanciato a rete. Mazzoleni concede il rigore senza nemmeno ammonire poi, il VAR, lo convoca in confessionale facendo si che la sua decisione si modifichi. Fallo dal limite e rosso diretto per il gigante senegalese che la domenica prima aveva battuto la Juve allo scadere. Eravamo all’inizio di entrambe le partite per cui i maligni penseranno ad una repressione esagerata e preventiva. Un VAR inflessibile colpisce nel giro di poche ore l’avversaria storica di mille polemiche, ricacciandola indietro, e la brillante antagonista stagionale che si era permessa di sognare il sorpasso sul filo di lana. Diversa però la reazione di Inter e Napoli. Come un calzone ripieno appena sfornato si sgonfia se punzecchiato con la forchetta, così i partenopei si afflosciano subito e pesantemente soccombono, ormai demotivati. I nerazzurri invece si ricompattano e nonostante il tentativo di Orsato di convalidare il secondo gol di Matuidi in nettissimo fuorigioco, lottano, si dannano l’anima, pareggiano con un gran gol di Icardi che manda in visibilio tifosi e bionda consorte e addirittura vanno in vantaggio con autorete di Barzagli propiziata da Perisic. Dura portare a casa i tre punti, sarebbe stato storico, soprattutto se non si ha la panchina lunga e di qualità di cui può disporre Allegri e soprattutto se giochi per quasi 80 minuti in dieci. Ma i ragazzi di Spalletti ci provano, ci credono, mettono in difficoltà la Juve stanca di questi tempi. Quello che chiedono non sono favori bensì coerenza, equità di giudizio in occasione dell’ennesimo scomposto fallaccio di Pjanic contro il fragile Rafinha, proprio sotto gli occhi di Orsato. Secondo giallo e rosso, non solo per giocatori e tifosi interisti, ma anche per chi, senza nemmeno troppo intendersene, segue il calcio. Sarebbe stato sacrosanto poter giocare la mezzora finale in parità numerica, avrebbe reso ancora più incerta una partita vibrante ed emozionante. Ma Orsato e il VAR non sono dello stesso avviso e senza scomodare il grande Ceccarini, l’indisponente comportamento del fischietto di Schio lo ricorda molto. Sappiamo come è finita. Spalletti sbaglia i cambi inserendo per i minuti finali un tremebondo e inadeguato Santon, Handanovic immobile come un portiere nella sua guardiola non si mostra all’altezza in occasione dell’autorete di Skriniar e non abbozza nemmeno l’uscita sul terzo gol di Higuain, agevolato dalla colpevole e imbambolata difesa interista. La Juve vince così con i cambi, con un pizzico di fortuna e anche per la stanchezza di avversari ormai stremati. Non ci sono congiure, oscuri disegni, arbitri prezzolati dalla Spectre diretta da Moggi ormai in pensione o labiali sospetti di quarti o quinti uomini. Si voleva solo giocarla alla pari, undici contro undici prima o almeno dieci contro dieci dopo, si pretendevano arbitri e assistenti all’altezza e poi avrebbe vinto il più forte. Esiste davvero il fondato sospetto che l’insensibilità e il pattume al posto del cuore alberghino davvero e soltanto lì, appena varcati i confini nazionali.

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