di Max Bambara - Trovata una quadratura logica, il Milan è piano piano diventato squadra. Questo è indubbiamente un valore. Ma essere squadra non significa, al contempo, essere competitivi per la zona Champions League. La distanza fra il sesto/settimo posto ed il terzo/quarto della Serie A, è un po' più ampia dei 12-13 punti esistenti sulla carta. Lo scarto numerico è infatti una mera conseguenza. La causa va individuata in un limite della trequarti che si può definire strutturale, ma che ha radici anche funzionali. La gara del Dall'Ara di ieri ne è specchio fedele: c'è un Milan quando gioca negli spazi e c'è un altro Milan quando gioca contro difese chiuse. Contro il Bologna, fino al lampo di Calhanoglu, il Milan non aveva tirato in porta ed aveva avuto difficoltà nello sviluppare la propria manovra offensiva perché i felsinei giocavano a specchio con ben tre giocatori (Mbaye, Masina e Poli) impegnati in una partita antica, in cui il riferimento base non era la palla, bensì i movimenti dei rispettivi dirimpettai (Calhanoglu, Suso e Bonaventura). Non è la prima volta che succede ed è questo il tema che deve emergere in maniera preponderante dalla stagione sportiva 2017-18. Servono alternative sulla trequarti offensiva, con caratteristiche diverse rispetto agli attuali interpreti. Complementari senza dubbio, però diverse. Servono giocatori abili nel primo passo, nel saltare l'uomo, nel dare ampiezza al campo. Altrimenti si rischiano belle figure contro le prime 6 della classifica, ed immani fatiche contro squadre di onesti predatori della Serie A. In fondo, questa squadra ha valori importati; ha, altresì, limiti sanabili. Quando il nostro allenatore inquadra la questione con un semplice "bastano 3-4 rinforzi", forse la semplifica, ma dice anche una grande verità. Sia consentito allora un riferimento storico che sarà caro anche a Rino Gattuso. Lungi da me fare un paragone fra le due squadre, ad oggi impossibile. C'è però un dato comune sul piano strutturale fra questo Milan di Gattuso, nato a partire da inizio gennaio 2018, ed il Milan del girone di ritorno di qualche anno fa. Ricordate il Milan 2002-2003 che vinse la Champions League e la Coppa Italia? Ebbene quella squadra viene oggi celebrata con deferenza e sacralità. In pochi però ricordano il suo girone di ritorno in campionato. Solo 22 punti a fronte di un'andata da record. Cos'era accaduto? Gli avversari avevano preso le contromisure e quel Milan, straordinario contro grandi avversari (nel girone di ritorno batté sia la Juventus sia l'Inter), se veniva aspettato dalle squadre di provincia andava in crisi perché mancavano ampiezza ed accelerazioni nello stretto. Nell'estate del 2003, con Cafu, Pancaro e Kakà (alla modica cifra di soli 8 milioni di euro), si pose fine a questo problema e quel Milan, con in partenza un grave limite di struttura, divenne una straordinaria macchina da guerra che vinse in carrozza il campionato successivo. Il parallelo storico (diverso da un semplice paragone che, ad oggi, non è proponibile) serve a tracciare una linea di continuità ideale: spesso non servono colpi da multimilionari per migliorare una squadra. A volte è necessario esclusivamente ragionare sui suoi limiti. Questo è esattamente ciò che deve fare il Milan nella prossima estate.
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