di Davide Capano - Manca una settimana al Mondiale di Russia 2018. L’Istat dice che l’occupazione sale e i posti fissi scendono. E gli Azzurri il loro posto fisso lo hanno perso. È dura scacciare le mosche del pallonaro malumore italico. Già, perché più si avvicina il 14 giugno e più realizziamo che alla rassegna iridata non ci saremo per colpa di una Svezia qualsiasi, priva anche di Ibra. Periodo non ipotetico della realtà. Ahimè! Al netto di tutto, la fibrillazione cardiaca sale dato che le partite del campionato del mondo si prospettano “calienti” come l’aria di Barranquilla ad agosto. Se le istituzioni camminano sulle gambe delle persone, i 736 giocatori convocati camminano sulle gambe del pallone. È gente che passa dagli spot ai post in un batter d’occhio. Da Abdullah Al-Muaiouf a Martín Silva passando per Kane e Neymar. Tutti testardamente lanciati verso la perfezione, in quella favolistica dell’esistenza che è il calcio. Giuoco impetuoso come il Rio delle Amazzoni, ma anche giuoco di cortesia, rispetto, attenzione, moralità e buona condotta. Sta di fatto che da Aosta a Lampedusa siamo diversamente arrabbiati come Benzema, Icardi, Morata, Nainggolan e Sané. Pedatori carati di talento misteriosamente tagliati dalla campagna di Russia. Fatti fuori come l’Italia, eliminata da un gol di Jakob Johansson, passato dall’AEK Atene al Rennes lunedì scorso… Un dato curioso? Quando la Coppa del Mondo si è giocata in Europa ha trionfato sempre una selezione europea, tranne una volta nel 1958, in Svezia e proprio con l’Italia “spettatrice di lusso da casa”. Allora vinse il Brasile del giovane Pelé. Chissà che questa volta non ci sia un argentino a illuminare la luce russa nello Stadio Lužniki. Perché sono sempre i Messi a dare forma al mondo. Anche in un Mondiale senza Italia che somiglia a una carbonara senza guanciale o a un grave virus post-atomico!