di Marco Scipioni - La Roma non va. Non gira. Non ha smesso perché non ha mai iniziato. Questo è quanto è emerso da queste prime 5 partite stagionali dove la squadra giallorossa ha raccolto una sola vittoria (Torino, il 19 agosto scorso), due pareggi (Atalanta e Chievo) e due sconfitte (Milan e Real Madrid), con 7 gol segnati e ben 10 subìti, ovvero due di media per ogni match. Tuttavia il lavoro di Monchi e Di Francesco non deve essere messo in discussione. MONCHI – Il Direttore Sportivo è considerato uno dei principali responsabili dalla critica. L’andaluso, in particolar modo, è criticato per il mercato estivo che, secondo molti, ha reso la squadra meno forte rispetto a quella dello scorso anno. Tuttavia la figura di Monchi rappresenta un punto nevralgico per la stagione appena iniziata, infatti, ritenere la squadra non all’altezza solo dopo 5 partite rischierebbe di ridimensionare gli obiettivi stagionali fornendo un grande alibi non solo alla guida tecnica ma anche, se non soprattutto, alla squadra: se la squadra non è all’altezza di raggiungere gli obiettivi prefissati, come una qualificazione agli ottavi di Champions o entrare nei primi 4 posti della Serie A, perché mai i calciatori della Roma dovrebbero lottare per risollevarsi e battagliare con i propri competitor? Avrebbero, infatti, la giustificazione pronta già a settembre: squadra non competitiva. Inoltre chiudere il ciclo di Monchi con una semifinale di Champions ma senza trofei potrebbe aumentare la pressione da lasciare in eredità al successore: nella Capitale, sponda giallorossa, non si vince, infatti, da diversi anni (Coppa Italia, 2008) e decretare il fallimento anche di Mister 9 trofei, di cui 3 Europa League consecutive, in un arco di tempo di 11 anni, ovvero dal 2006 al 2017 (dato che assume ancora più forza se rapportato al fatto che il Siviglia prima di Monchi e in tutta la sua storia aveva vinto solo 4 trofei) farebbe sorgere una domanda: chi potrebbe scegliere di costruire la prossima Roma e chi potrebbe portarla a vincere se nemmeno il ds andaluso ci fosse riuscito? DI FRANCESCO – La posizione dell’ex allenatore del Sassuolo è legata fortemente alla posizione del dirigente spagnolo, infatti, il tecnico giallorosso allena una rosa marchiata con decisione dal direttore sportivo. Nello spacifico, nell’opinione pubblica risultano pesanti 7 cessioni realizzate nelle ultime due stagioni:Alisson, Ruediger, Emerson Palmieri, Paredes, Nainggolan, Strootman, Salah. Queste cessioni, vero motivo delle critiche nei confronti di Monchi, potrebbero, invece essere considerate come attenuanti nei riguardi di Eusebio Di Francesco, infatti, trasmettere un ideale di gioco, di squadra, di club è più complicato se l’organico viene rimescolato con frequenza. I calciatori giallorossi, infatti, di fronte ad una tendenza, salvo rare eccezioni, della società a vendere, potrebbero sentirsi di passaggio nella realtà capitolina e quindi non avvertire l’obbligo di vincere e di dare tutto per il club, in quanto potrebbero vedere l’esperienza in maglia romanista solo come una palestra, una fase per migliorare e compiere poi uno step ulteriore. Questo elemento renderebbe forse chiaro perché allenare la Roma può portare delle difficoltà supplementari, infatti, negli ultimi 8 anni, ossia l’inizio dell’era americana, si sono susseguiti ben sei allenatori. Il dato conferma che in giallorosso gli allenatori durano troppo poco, sono sempre i primi a pagare e spesso si ricorre al cambiamento ma è sempre la soluzione giusta? Cosa impedisce ad un allenatore di avere una carriera più lunga su quella panchina? Cosa si incrina costantemente ad un certo punto della sua avventura? Cosa impedisce nella o alla Roma di trovare continuità? Possibile che il colpevole sia e debba essere sempre il tecnico?
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