di Dario Claudio Bonomini - La Roma di Di Francesco ha portato a termine un’impresa memorabile in cui pochi, al di fuori forse dell’ambiente giallorosso, osavano sperare. Un risultato quasi impossibile da ribaltare dopo il netto verdetto dell’andata: fare tre gol a Messi e compagni senza subirne alcuno. Missione compiuta con il bel gioco, la grinta e la concentrazione estrema, quindi possiamo giustificare le scene di delirio collettivo viste martedì notte sotto er Cupolone. Estasi da trionfo che nemmeno ai tempi del ritorno di Cesare dopo la conquista delle Gallie. Il pro console Pallotta si butta vestito nella fontana di Piazza del Popolo, musici e attori, interpreti della Romanità più casereccia, in lacrime a cantare Grazie Roma oppure a rischiare per l’emozione “l’arresto della pompa” (leggasi cuore). A Maggica è rimasta così l’unica legione italica in corsa per un posto in finale e fra la fine di aprile e l’inizio di maggio combatterà ancora una epica battaglia contri i perfidi britanni del Liverpool, ostici barbari ai tempi dell’Impero e ostici gladiatori nella finale dell’Olimpico persa ai rigori nel lontanto 1984. Forza Roma, comunque vada grazie e siate valorosi centurioni piuttosto che timorosi lupacchiotti, non considerate questo trionfo un episodio ma il dolce preludio alla vittoria finale, quella più ambita che vi consegnerebbe a gloria imperitura. Se i Lupi godono le Aquile piangono e l’altra sponda del Tevere è sprofondata così nello sconforto più totale. La squadra che alla vigilia sembrava l’unica probabile semifinalista italiana è quella che invece ha subito la più imprevista delle sconfitte. Contro i volenterosi ma modesti austriaci del Salisburgo la Lazio è riuscita nell’impresa di farsi battere 4-1 dopo il comodo 4-2 dell’andata. E veniamo adesso alle note veramente dolenti. Si sapeva che per la Juventus espugnare il ribollente catino del Bernabeu avrebbe rasentato l’epopea, eppure i giocatori bianconeri erano arrivati a 30 secondi dal giocarsi i supplementari dopo aver rimontato, con una gara quasi perfetta, le tre reti subite in casa all’andata. Purtroppo, a pochi istanti dalla fine, una disattenzione degli ormai esausti difensori bianconeri concedeva a CR7 l’assist di testa per il subentrato Vasquez alle cui spalle piombava il ruvido Benatia nel maldestro tentativo di impedire la quasi certa marcatura. Rigore, gazzarra intorno all’arbitro, Buffon espulso per proteste. L’adrenalina del momento e i supplementari sfumati a pochi secondi dalla fine possono giustificare lì per lì la gazzarra intorno all’arbitro. Ciò che assolutamente nessuno può condividere, tranne qualche giornalista con improbabili espressioni contrite condite da stucchevoli frasi di circostanza, sono le parole del monumentale portiere bianconero. Rigore c’è …quando arbitro fischia… recitava il mitico allenatore serbo Boskov, o quando effettivamente può starci, mantra peraltro ripetuto all’infinito dagli stessi giocatori e opinionisti juventini quando rigori dubbi venivano loro generosamente concessi. In questo caso, secondo Buffon il rigore non ci doveva essere non perché tecnicamente non ci fosse ma perché l’arbitro avrebbe dovuto considerare i loro sacrifici. E come si è permesso, da regolamento, l’insolente fischietto inglese, visto anche l’invito ricevuto alla defecazione, di mostrargli sotto il naso il rosso senza ricordarsi che quella poteva essere (ma sarà poi vero) la sua ultima partita? In sostanza un arbitro scarso e con un… bidone di spazzatura al posto del cuore…non ha mostrato sensibilità. La stessa sensibilità che dopo venti anni ha mostrato Ceccarini bullandosi di Ronaldo e di tutti gli interisti nel ribadire come in quel famoso scontro con Juliano non solo non ci fossero gli estremi per il rigore ma che addirittura il fallo era dell’interista. Oppure la sensibilità mostrata dallo stesso Buffon nei confronti dei milanisti quando ha dichiarato che non si era accorto di come la palla di Muntari fosse entrata di quasi un metro, e che se anche se ne fosse accorto non lo avrebbe ammesso. Peccato che il grande portiere bianconero voglia mettere fine alla sua irripetibile carriera in questo modo, aggiungendo una E maiuscola al suo cognome. L’ avvocato Agnelli in una famosa intervista al buon Franco Costa disse con la sua tipica voce da ricco borghese “ noi non ci siamo mai lamentati dei rigori e non cominceremo certo adesso. Non è nelle nostre abitudini, sono cose da provinciali”. Chissà cosà penserà adesso, da lassù. Di sicuro fra qualche settimana una cosa accomunerà Buffon e l’arbitro Oliver. Tutti e due assisteranno alla semifinale di Champions sul divano, mangiando patatine e bevendo una Sprite.
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