di Max Bambara - Si può definire “politica” questa decisione della Uefa, in quanto dietro la stessa si cela abbastanza chiaramente la volontà del massimo organo calcistico europeo di marcare il territorio sui meccanismi regolatori del fair play finanziario, incensandoli come mantra indiscutibile. Nei fatti, ad ora, il FPF è stato un mezzo fallimento. Doveva essere lo strumento tramite cui ridurre il gap fra club ricchi e club meno ricchi. Il risultato è stato invece opposto. Si è infatti creata una forbice importante fra 7-8 club europei che sono riusciti ad incrementare il loro livello di fatturato (aiutati dal circolo vizioso dei risultati e del loro relativo indotto) e gli altri club che, invece, sono costretti a sottostare alle sanzioni Uefa. Appare opportuno ricordare che l’Uefa non è un organo di controllo finanziario come è, invece, la Covisoc in Italia. L’Uefa è semplicemente l’organo amministrativo ed organizzativo del calcio europeo. Non ha mai avuto, sino a qualche anno fa, competenze di controllo finanziario sui club che partecipano alle competizioni europee. Da un po’ di tempo, in occasione dell’elezione alla sua presidenza di Platini, l’Uefa ha tuttavia iniziato a pensare di rivedere le sue funzioni e di ampliarle a dismisura, divenendo una sorta di Stato calcistico Leviatano che decide e discerne su tutto lo scibile. Con la decisione di ieri, forte nei contenuti e nei tempi comunicativi, l’Uefa lancia così un messaggio a tutti, usando il Milan come vittima sacrificale: non sono più ammessi tentativi di violazione delle norme del FPF, né possibili scappatoie per proprietà potenzialmente munifiche. Per i vertici europei, il meccanismo tramite il quale il Paris Saint German ha aggirato tali norme nella scorsa estate è stato un vero e proprio smacco. E così, dinanzi al Milan cinese, colpevole di aver speso oltre 200 milioni nella scorsa estate, ecco subito i muscoli esibiti in bella vista. Insomma il Milan paga anche per i fatti altrui. Si può dire che questa sia una costante storica, ma tant’è…Essendo il nodo del contendere esclusivamente il problema legato al rifinanziamento (come ben chiarito dalla stessa Uefa nel suo comunicato), sarebbe opportuno porre ai giudicanti le seguenti domande. Come fa ad essere oggetto di criticità un debito a breve scadenza rappresentante circa la metà del fatturato del Milan, quando il creditore di tale debito ha ufficialmente garantito la continuità aziendale? E, soprattutto, come può l’Uefa negli anni scorsi aver concesso il SA a squadre con una situazione debitoria molto peggiore di quella del Milan e negarlo ora, pur in presenza delle garanzie fornite da Elliott? Si tratta di due semplici domande. Dare loro una risposta sarebbe fondamentale. Tuttavia, la decisione dell’Uefa è un manifesto politico da esibire da qui ai prossimi mesi. Il FPF non funziona, ma deve comunque essere difeso perché è diventato la coperta di Linus dell’Uefa. Si aggrappa alla stessa pensando di coprirsi bene, senza accorgersi che la coperta è piena di buchi e macchie. I club che oggi hanno fatturati importanti che consentono loro di essere autonomi finanziariamente dal proprio azionista, sono quasi tutti club che hanno investito moltissimo contraendo fior di debiti in passato, come si può facilmente evincere dai loro bilanci. Esistono certamente situazioni virtuose come quelle dell’Arsenal e del Bayern Monaco ma, tolti questi casi limite, quasi tutti i cicli attuali sono nati da investimenti a pioggia che, nel giro di qualche anno, hanno poi condotto i club in quel circolo perfetto che produce un aumento dei ricavi in seguito alle vittorie. I piani industriali nel calcio, da sempre, partono con grandi investimenti a debito, garantiti dall’azionista di riferimento del club. Con il FPF, scalfire l’attuale èlite calcistica non pare più possibile. Chi è ricco rimane tale, chi vuole alzare il suo livello di fatturato tramite investimenti viene limitato e sanzionato dall’Uefa che lo costringe a rimanere medio-piccolo. Questo sistema produce soltanto distanze e annulla la competitività, principio base dello sport. Eppure viene difeso a spada tratta dall’Uefa ed è il motivo per cui è stata partorita l’illogica decisione di ieri sul Milan. In un sistema leale di libero mercato, chi vuole investire a debito è libero di farlo, accettando di pagare le conseguenze di sue eventuali valutazioni erronee. L’Uefa dovrebbe preoccuparsi esclusivamente di quei club che non pagano gli stipendi ai tesserati nei termini precisi. Ed invece va oltre, portando in alto il vessillo del FPF come panacea indiscutibile di tutti i mali. Il vero ed unico male assoluto però è proprio il FPF e la pretesa luciferina dell’Uefa di poter dare pareri in ordine alla gestione di club privati, quasi obbligando gli stessi ad operare scelte discutibili, come magari accettare un rifinanziamento del debito non conveniente o poco convincente. Il Milan si è trovato coinvolto in questa situazione suo malgrado. Può uscirne, ma rischia seriamente di diventare la vittima sacrificale di un sistema iniquo ed erroneo e di una Uefa che, da rana, sta ambendo piano piano a diventare bue e per questo ha deciso di gonfiarsi di amenità ed insensatezze antimercato. Il rifinanziamento del debito del Milan è un fatto privato (fra mister Li ed Elliott) che è stato garantito dal creditore stesso (cioè Elliott): è solo un pretesto quindi per marcare il territorio come il peggior gatto viziato che ancora si guarda la coda ferita dal leone francese un anno fa.Neymar e Mbappe sono ferite ancora aperte e sanguinanti.
Senza categoria
uefa financial fair play oro colato acqua qualche parte
© RIPRODUZIONE RISERVATA