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un mercato non conosciamo la cina suo impatto sul milan

Redazione Derby Derby Derby

di Max Bambara - In tanti si fanno la classica domanda: cosa succede al Milan? Proviamo a spiegare l’attuale situazione senza entrare nei meandri della decisione dell’Uefa, ma semplicemente analizzando una serie di fatti e di relative congetture logiche. In quasi due anni, la Rossoneri Sport ha immesso nel sistema italiano quasi 1 miliardo di euro (970 milioni per la precisione, senza considerare gli aumenti di capitale). Nessuno trova per caso centinaia di milioni di euro e nessuno riesce a farsi prestare oltre 300 milioni da un fondo americano senza avere alle spalle solide garanzie finanziarie. La problematica che sta affrontando la proprietà rossonera è quindi di natura politica. Quando nell’agosto del 2016 venne siglato il contratto preliminare di vendita del Milan, le condizioni del mercato e dell'economia cinese erano molto diverse. Già nel marzo 2017, in occasione del secondo rinvio del closing, lo scenario era cambiato e gli imprenditori cinesi non avevano più uno spazio di manovra sostanzialmente libero. Appare evidente come oggi i cinesi non possano far muovere liberamente soldi dalla patria in virtù del fatto che, dalla fine del 2016, le riserve valutarie della Cina sono scese sotto il livello di criticità. Pechino si è così trovata costretta a prendere delle decisioni di politica economica strettamente emergenziali, arrivando ad un sostanziale blocco nel deflusso di capitali dalla Cina. La PBOC e la SAFE hanno pertanto implementato una serie di misure di controllo del capitale negli ultimi mesi, comprese procedure di controllo estremamente severe per società nazionali cinesi. Da qui nasce il mutamento di indirizzo del governo cinese che, inizialmente, aveva mostrato interesse per le attività commerciali degli investitori in squadre sportive straniere e successivamente ha invece pubblicato un insieme di linee guida sugli investimenti (estate 2017) che danno una classificazione degli investimenti all’estero. Sotto queste linee guida, gli investimenti nel settore dello sport sono stati classificati come “investimenti da limitare”, tali da richiedere o la presentazione o l’approvazione da parte della Commissione per lo sviluppo nazionale e le riforme (National Development and ReformCommission) e del Ministero del commercio o delle loro rispettive controparti locali. Le famose lunghe tempistiche cinesi derivano proprio da queste direttive/linee guida. L'unica soluzione possibile per aggirare tale ostacolo è stata quella di far transitare determinate somme da paradisi fiscali schermati dove le società in questione avevano delle riserve monetarie. Questo è avvenuto, per esempio, in occasione degli ultimi aumenti di capitale del Milan e del pagamento delle caparre prima del closing. Può un'impresa o un gruppo di imprese investire somme così alte come quelle immesse nel Milan (circa 1 miliardo di euro) e poi rischiare di perderle se entro il 15 ottobre non fossero in grado di rifinanziare il prestito di Elliott che, a sua volta, escuterebbe il pegno, prendendosi il Milan? Si è possibile. Il mercato cinese infatti è diverso da quello europeo o americano. In Cina l'economia è pianificata e lo Stato centrale partecipa alle decisioni prese dalle aziende (che sono a partecipazione statale) immettendo capitali e, addirittura, ripianando le loro perdite. Lo Stato cinese può fare ciò con una certa libertà in quanto, a differenza dell'area UE, il governo di Pechino è libero di stampare moneta quando vuole. Un miliardo di euro, per la Cina, rappresenta una percentuale infinitesimale del suo PIL, classificabile con il classico zero virgola zero qualcosa. Per tali ragioni, ed in virtù di questi numeri, lo stato cinese può, dall'oggi al domani, decidere che le sue aziende controllate investano o disinvestano in un determinato settore. Chi si preoccupa quindi della "consistenza economica" di Mister Li non considera questa realtà e non trae la facile conclusione che l'attuale presidente del Milan possa essere, in realtà, il semplice garante di un consorzio di aziende cinesi che, allo stato attuale, non vuole venire fuori per ordine esplicito del governo di Pechino, più preoccupato oggi del possibile crollo dello yuan che degli investimenti nel calcio europeo. La situazione attuale del Milan nasce pertanto da questo scenario ed è la ragione principale per cui, a marzo 2017, stava per saltare il closing e lo stesso Berlusconi era diventato dubbioso sull'affare in sè. Soltanto la presenza nell'operazione del Fondo Elliott ha tranquillizzato tutti. Qualora infatti ci fosse un disimpegno definitivo da parte della Cina, Elliott si ritroverà in mano un piccolo tesoro, capace di avere una appetibilità ed una attrattiva notevole sul mercato che, nonostante il brand, non poteva esserci due anni fa dato che c'era un organico da potenziare e, soprattutto, una situazione debitoria che emergeva come elemento critico.