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vincere ci cose contano

Redazione Derby Derby Derby

di Max Bambara - La Juventus ha tutte le carte in regola per ribaltare il risultato della partita di andata e quindi di superare il turno contro l’Atletico Madrid; nulla è ancora stato scritto e, come sanno bene coloro che amano la Champions League, la qualificazione è tutta da giocare. Tuttavia, la sconfitta di mercoledì scorso, le modalità con cui si è verificata ed alcuni episodi a margine, suggeriscono delle doverose considerazioni, figlie di un'attenta osservazione, sia della partita, sia dei fatti che l'hanno caratterizzata. Qualcuno prima o poi dovrà iniziare a porre la questione: come ma la società più vincente d'Italia, in Europa non riesce a fare valere la sua forza? A maggio infatti potrebbero essere 8 (e con buona probabilità lo saranno) gli scudetti consecutivi conquistati dal club bianconero. Si tratta di un fatto che nella storia della Serie A non è mai successo prima d'ora ma che, alla luce del rendimento europeo della Vecchia Signora, rischia di assumere contorni parossistici (pur senza tralasciare i doverosi meriti della squadra torinese). Probabilmente per qualcuno sarà un caso o magari sarà la sfortuna. Eppure la soluzione, a nostro avviso, è molto più semplice di quello che si può immaginare, perché è interna alla stessa Juventus. Il club degli Agnelli infatti appare vittima di sé stesso, di quella famosa frase che rivendicano con tanto orgoglio, quasi distintivo, ma che oggi li inchioda ad una situazione singolare. "Vincere è l'unica cosa che conta". Non esiste, oggettivamente, una frase più antisportiva. Nella cultura dello sport la vittoria e la sconfitta sono lati di una stessa medaglia, sono eventualità possibili. Si può vincere senza essere i più forti sulla carta e si può perdere pur avendo la squadra migliore. Se pensi, nella tua visione del mondo, che conti solo la vittoria, stai avendo una interpretazione sbagliata del concetto di sport. Ne vedi solo la componente competitiva, ignorandone quella preminentemente valoriale, fatta di onore e lealtà, di rispetto per gli avversari, di ammirazione verso chi riesce ad essere più forte, della vittoria ottenuta attraverso un gioco che dia piacere al pubblico. Questi sono tutti concetti che il mondo juventino rifulge, quasi ritiene inutili se non banali, buoni per strappare un sorriso compassionevole. Non a caso, quando non vince, il mondo juventino diventa un ricettacolo di ricercatori con l’occhio sibillino e con lo sguardo affamato. Veri e propri ricercatori di colpevoli, perché serve un capro espiatorio, qualcuno su cui addossare le colpe di un qualcosa (la vittoria) che deve esserci per forza. Perché è l’unica cosa che conta e quindi l’alternativa non è nemmeno contemplabile. Certi gesti che si verificano puntualmentenei momenti di difficoltà (la manita inelegante di Ronaldo, la simulazione imbarazzante di Bonucci) sono figli di questo contesto e di questa cultura martellante ed ossessiva della vittoria. Il calcioperò non è questo; ha una sua sacralità che non può essere sminuita con una frase così gretta e tipica dei bar dello sport. Il calcio ha una caratura di valori e di sentimenti che trascende la vittoria, riuscendo ad andare oltre i risultati del campo. Perdere una finale, o una partita decisiva, fa semplicemente parte del gioco. Non è un’onta. Se perdi non devi riempire di improperi tutto ciò che fa parte del tuo contesto, i tuoi giocatori, il tuo allenatore, il tuo club, ma devi avere semplicemente l'onestà di ammirare l'avversario che ti ha battuto e di capire che cosa ha avuto in più rispetto a te. Perché il significato dello sport è proprio in quel qualcosa in più; non nell’ossessione pervicace per la vittoria. Nel Milan per esempio, la finale di Atene non ci sarebbe mai stata senza la finale di Istanbul. La sconfitta in quella partita sportivamente tremenda del 2005, fu un grande insegnamento per tutto il mondo Milan, che seppe trarne una lezione fondamentale, ossia che crederci sempre è un dovere e che l'orgoglio dell'appartenenza viene prima di qualsiasi cosa. Anche della vittoria. Alla fine di quel primo tempo (ancora oggi ricordato come una delle più alte espressioni tecniche del gioco del calcio), i tifosi del Liverpool sostenevano la loro squadra nonostante la sconfitta e la netta differenza che si era vista con un Milan che era apparso stellare. Cantavano ed incoraggiavano i loro beniamini. Per loro vincere non era l'unica cosa che contava. C'era un orgoglio di bandiera che andava oltre persino una coppa alzata verso il cielo. Paolo Maldini fu talmente colpito da tutto ciò, al punto da invitare i suoi compagni a non rientrare nello spogliatoio a fine partita, ma di assistere alla premiazione del Liverpool. Era un dovere farlo ed anche i tifosi lo capirono col tempo. Lo era verso gli avversari, lo era verso sé stessi (il Milan aveva dato tutto e nulla poteva rimproverarsi) e lo era soprattutto verso il concetto più nobile e vero dello sport. Senza quest'atteggiamento, ne siamo certi, non ci sarebbe stata la finale di Atene. Il punto è proprio questo, ossia se vincere è l'unica cosa che conta, si diventa schiavi della vittoria a tutti i costi e si rischia di perdere il significato vero dello sport, che il calcio può offrirti in ogni momento. Se invece accetti il principio per cui lo sport va oltre la vittoria, fai un doppio passo avanti: verso un'etica sportiva più sana e verso la vittoria stessa.